Oggi vedere un Audemars Piguet Royal Oak in acciaio associato all’alta orologeria non sorprende nessuno. La lunetta ottagonale, le otto viti a vista e il bracciale integrato sono diventati elementi talmente riconoscibili che è difficile immaginare un periodo in cui quel design potesse apparire quasi assurdo. Eppure, quando il primo Royal Oak venne presentato alla Fiera di Basilea il 15 aprile 1972, il problema non era soltanto capire se piacesse oppure no. Bisognava innanzitutto capire perché qualcuno avrebbe dovuto pagare 3.300 franchi svizzeri per un orologio in acciaio.
Per avere un riferimento concreto, nello stesso catalogo Audemars Piguet del 1972 compariva il modello 5043 in oro giallo, equipaggiato con il calibro ultrapiatto 2003, a 2.990 franchi. In altre parole, la maison stava chiedendo più denaro per il nuovo Royal Oak in acciaio che per uno dei propri orologi in oro.
Oggi questa scelta sembra quasi profetica, ma bisogna guardarla con gli occhi dell’epoca. All’inizio degli anni Settanta l’alta orologeria era ancora fortemente associata a casse relativamente piccole, linee classiche e metalli preziosi. L’acciaio era già ampiamente utilizzato negli orologi sportivi, naturalmente, ma non veniva trattato dalle grandi maison come un materiale prezioso sul quale costruire un prodotto di alta gamma. Il Royal Oak arrivò esattamente per rompere questa distinzione.
La cosa più interessante, però, è che Audemars Piguet non cercò neppure di nascondere questa apparente contraddizione. La trasformò nel messaggio pubblicitario del prodotto. Una delle campagne dell’epoca arrivò sostanzialmente a chiedere ai clienti cosa potesse rendere l’acciaio più prezioso dell’oro. La risposta era già contenuta nell’orologio stesso: il valore non doveva più dipendere soltanto dal materiale, ma da ciò che era necessario fare per trasformarlo.
La telefonata delle quattro del pomeriggio che cambiò tutto
La nascita del Royal Oak è una di quelle storie dell’orologeria che negli anni sono state raccontate così tante volte da diventare quasi una leggenda. Fortunatamente, Audemars Piguet ha ricostruito la vicenda attraverso i propri archivi, permettendo di distinguere abbastanza bene i fatti dalla mitologia.
Nel 1970 tre distributori della maison segnalarono la necessità di creare qualcosa di completamente nuovo: un orologio in acciaio che fosse contemporaneamente sportivo ed elegante. Georges Golay, allora alla guida di Audemars Piguet, affidò il progetto a Gérald Genta, che aveva già collaborato con la maison.
Secondo il racconto dello stesso Genta, la telefonata arrivò intorno alle quattro del pomeriggio. Golay voleva un orologio sportivo in acciaio, impermeabile e completamente diverso da quanto esistesse sul mercato, e voleva vedere un progetto la mattina successiva. Genta lo disegnò durante la notte.
L’ispirazione arrivò dal mondo delle immersioni. Genta prese come riferimento la costruzione dei vecchi caschi da palombaro, nei quali il casco veniva fissato attraverso viti e una guarnizione rimaneva visibile. Trasferì quell’idea sulla cassa dell’orologio, creando la caratteristica lunetta ottagonale con otto viti esagonali a vista. A questa aggiunse un bracciale completamente integrato nella cassa e un quadrante caratterizzato dal motivo che sarebbe diventato uno dei codici estetici fondamentali del Royal Oak.
Il risultato era enorme per gli standard dell’epoca: 39 millimetri. Proprio per questo la prima referenza 5402 sarebbe diventata conosciuta come “Jumbo”. Ma la dimensione era soltanto una delle provocazioni. Il vero cambiamento consisteva nell’aver eliminato quasi completamente la separazione tra orologio sportivo e orologio elegante.
Fino a quel momento erano due mondi distinti. Con il Royal Oak, Audemars Piguet provò a farli convivere nello stesso oggetto.
Il segreto non era l’acciaio, ma il modo in cui veniva lavorato
È proprio qui che si capisce perché confrontare semplicemente il prezzo del Royal Oak con il valore dell’acciaio fosse sbagliato.
La cassa del 5402 veniva interamente rifinita a mano e l’alternanza tra superfici satinate e lucidate proseguiva lungo il bracciale integrato, creando riflessi che normalmente venivano associati alla lavorazione dei metalli preziosi. La difficoltà stava nel trattare un materiale relativamente comune con standard di finitura da alta orologeria.
All’interno c’era poi il calibro automatico 2121, all’epoca il movimento automatico con datario più sottile disponibile. Questa combinazione produceva un contrasto che ancora oggi costituisce buona parte dell’identità del Royal Oak: un orologio dall’aspetto robusto e industriale che, in realtà, era costruito e rifinito con criteri estremamente raffinati.
È facile comprendere quanto fosse radicale questa idea osservando ciò che sarebbe successo successivamente. Nel 1976 Patek Philippe presentò il Nautilus, anch’esso disegnato da Gérald Genta e anch’esso costruito attorno all’idea di un grande orologio sportivo di lusso in acciaio. Negli anni successivi quella che inizialmente sembrava un’anomalia sarebbe diventata una vera categoria dell’orologeria.
Oggi parliamo normalmente di “luxury sports watch”, ma nel 1972 questa definizione praticamente non esisteva nel significato che le attribuiamo adesso. Il Royal Oak contribuì a crearla.
E no, il Royal Oak non fu esattamente il fallimento iniziale che spesso viene raccontato
Qui c’è anche una curiosità interessante, perché una delle storie più ripetute sul Royal Oak sostiene che al lancio nessuno lo volesse e che Audemars Piguet avesse impiegato anni a vendere i primi mille esemplari.
La documentazione storica pubblicata dalla stessa maison racconta una storia più sfumata.
Il Royal Oak fu certamente controverso e rappresentò un rischio enorme, ma i dati degli archivi Audemars Piguet indicano che 490 esemplari furono venduti già nel 1972, in meno di otto mesi. Considerando che all’epoca l’azienda impiegava meno di cento persone e produceva soltanto alcune migliaia di orologi all’anno, non era affatto un risultato insignificante. Entro la fine dello stesso anno era già diventato il singolo modello di maggior successo realizzato da Audemars Piguet dalla fondazione della società nel 1875.
Anche la famosa produzione iniziale di mille pezzi merita una precisazione. La referenza 5402 era effettivamente stata programmata inizialmente in una serie di mille unità, ma alla fine ne furono prodotti 6.050 esemplari tra il 1972 e il 2002.
Il successo portò inevitabilmente all’espansione della famiglia. Nel 1976 arrivò una versione femminile da 29 mm disegnata da Jacqueline Dimier, mentre nel 1977 venne introdotto il modello da 35 mm e iniziarono ad apparire anche configurazioni in oro e bicolore. Quello che era nato come un unico, stranissimo orologio in acciaio stava diventando una collezione.
La vera eredità del Royal Oak non è la lunetta ottagonale
A più di cinquant’anni di distanza è facile ridurre il Royal Oak ai suoi elementi estetici. La lunetta, il Tapisserie, il bracciale integrato e le viti sono diventati talmente famosi da essere immediatamente associati ad Audemars Piguet.
Ma probabilmente l’innovazione più importante del Royal Oak non è visibile.
Prima del 1972 il materiale contribuiva in maniera molto diretta alla percezione del valore di un orologio di lusso. Oro e platino appartenevano naturalmente all’alta orologeria, mentre l’acciaio era soprattutto una scelta funzionale. Con il Royal Oak, Audemars Piguet dimostrò che la lavorazione, il design e la complessità potevano contare più del valore intrinseco del metallo utilizzato.
Ed è forse questo il motivo per cui quell’assurdo prezzo di 3.300 franchi è ancora oggi uno degli aspetti più interessanti della storia del modello.
Audemars Piguet non stava cercando di convincere il cliente che l’acciaio valesse più dell’oro. Stava cercando di convincerlo che giudicare un orologio soltanto dal materiale della cassa non avesse più senso.
Cinquant’anni dopo, basta osservare quanto sia diventato importante il segmento degli sportivi di lusso in acciaio per capire quanto quella scommessa abbia influenzato l’orologeria moderna.
Il Royal Oak non è diventato importante semplicemente perché aveva una forma diversa. Ha cambiato ciò per cui eravamo disposti a pagare in un orologio di lusso.
Ed è probabilmente un’eredità molto più importante di otto viti su una lunetta.
Fonti: Audemars Piguet / AP Chronicles, Fondation de la Haute Horlogerie, Gérald Genta Heritage, Sotheby’s.